Vite in corsa

Efficacia umanitaria: luci e ombre dello SROI, l’indicatore che trasforma in soldi i benefici sociali

In tempi di risorse scarse alle onlus non basta più raccontare – e magari commuovere -. Meglio misurare concretamente il beneficio sociale creato. E, meglio ancora, monetizzarlo. Il parametro del momento è il Social return on investment (Sroi), che in italiano suona come un capovolgimento di prospettiva rispetto al ben più noto “return on investment” (Roi) della finanza, con cui si valuta la redditività del capitale investito in una certa attività. Lo Sroi è il rapporto numerico tra i benefici generati da un progetto sociale nella comunità di riferimento e l’ammontare delle donazioni ricevute dal progetto in un arco di tempo definito, tipicamente l’anno. Ma per mettere in relazione queste due grandezze è necessario “convertire” in valori monetari i benefici sociali, una sfida molto rischiosa.

Tra i primi in Italia a calcolare lo Sroi è stata la Fondazione Piero e Lucille Corti per il Lacor Hospital di Gulu, nel nord dell’Uganda, fondato nel 1959 dai missionari Comboniani, oggi la più grande struttura sanitaria non profit dell’Africa equatoriale con oltre 250mila pazienti l’anno. La Corti, che è il principale sostenitore italiano dell’ospedale, ha commissionato l’analisi alla Fondazione Lang Italia. Il costo di 7mila euro è stato finanziato dalla Fondazione Cariplo. Lo studio ha analizzato l’attività dell’ospedale dal 2010 al 2014, attingendo ai dati di bilancio (certificato) e alle informazioni raccolte attraverso interviste a una serie di soggetti che gravitano attorno all’ospedale.

Il numeratore del rapporto, cioè i benefici, consiste nella somma di spese dell’ospedale per salari e acquisti, spese dei pazienti e dei loro accompagnatori durante il ricovero o le visite in ambulatorio (vitto, trasporti), spese degli studenti tirocinanti, fatturato di attività commerciali e di servizio legate alla presenza dell’ospedale. Tutto considerato, lo Sroi nel 2014 è risultato pari a 2,74. Vale a dire che ogni euro donato ne ha generati 2,74 di valore sociale. E’ un valore alto o basso? Nessuno lo sa perché non ci sono termini di confronto riconosciuti; siamo tuttavia in un campo ancora del tutto sperimentale e lo studio dev’essere giudicato in questo contesto.

La metodologia presenta però altri punti deboli. Non si è cercato di monetizzare benefici sanitari, ma sono state usate grandezze “nativamente” monetarie e in parte scollegate dalla natura del servizio: i salari, per esempio, avrebbero potuto riferirsi anche a una grande azienda industriale o commerciale. Quanto alle spese di vitto e trasporto dei pazienti, cambiando punto di vista si potrebbero anche considerare uno svantaggio per le famiglie. Infine, il calcolo esclude a priori che ci possano essere gli impatti negativi (vedi l’inquinamento) legati a quasi tutte le grandi opere.

In altre parole, perché monetizzare a tutti i costi benefici qualitativi di un progetto sociale? Non è un inseguire di nuovo modelli profit? Ma così si hanno indicatori confrontabili, si dice. L’alternativa tuttavia c’è ed è quella di costruire un set di indicatori non monetari condivisi internazionalmente, e usare quelli. Ci sono già nel PIL della felicità.